La Presidenza Fucà

Abbiamo deciso di continuare a parlare della storia dell’UICI, con il racconto del presidente Fucà della sua elezione.
“Non fu tutto semplice. La sera prima delle votazioni ero a casa di Bigini dove giunse una telefonata che mi tenne all’apparecchio trenta minuti. Piero seguiva la conversazione e dalle mie parole capiva il nome e il tono del discorso dell’interlocutore. Passeggiava nervoso accendendo una sigaretta dopo l’altra. “Sai Giuseppe, ho cambiato idea, domani io scenderò in lizza per la Presidenza perché questo è il desiderio del Ministro degli Interni e delle diverse istituzioni dei ciechi. Ti prenderei volentieri come Vicepresidente, ma devo accettare alcune pressioni che mi indicano Vincenzo Caracciolo, ma credimi che tu mi sei più simpatico”. Quella voce telefonica, corrispondente ad un uomo che avevo giudicato leale e serio, non riuscì neanche a innervosirmi. Gli risposi che i ciechi italiani neanche sotto il fascismo avevano avuto un Presidente indicato dal Ministero degli Interni o dalla Federazione delle Istituzioni pro Ciechi, o da altri ambienti. “Se domani mi batterai al Consiglio Nazionale, fra un anno ci sarà il Congresso che farà pulizia”.

Giuseppe Fucà
Giuseppe Fucà, terzo Presidente nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi

Dissi queste parole e chiusi la conversazione per andare a dormire. Piero era furibondo, lo calmai e andammo a riposare in una cameretta a due letti. Conversammo ancora per qualche minuto e poi mi prese il sonno. La mattina Piero mi disse che avevo la stoffa del Presidente. “Dopo quel po’ po’ di telefonata, ti sei buttato a letto e hai preso a dormire come se nulla fosse, io ho continuato a fumare e passeggiare e non ho chiuso occhio”. Queste parole di Bigini mi fecero fare una bella risata.

Alla sede di Via Quattro Fontane quel mattino si avvertivano chiaramente animazione e commozione. Il Vicepresidente riferì che Paolo Bentivoglio più volte aveva espresso il parere che Giuseppe Fucà possedeva le doti per assumere la Presidenza Nazionale dell’Unione. Nicola Castellucci confermava il pensiero di Bentivoglio e aggiungeva che anche i soci della sua città, in occasione di un’assemblea da me presieduta, avevano pronosticato: “Fucà sarà il futuro Presidente”. Nicola parlava a nome di Napoli e della Campania.
Dopo molti interventi si votò ed io fui eletto Presidente. Mi trovai fra le braccia di tanti, in una commozione indicibile. Ricordo l’affetto dell’avv. Michele Coppola, legale dell’Associazione, dell’avv. Ferruccio Miniucchi Presidente dell’Umbria e della sua brava e cara segretaria Lubiana. Ferruccio mi disse: “Vai Beppe, l’Unione è salva!”.

L’ultimo abbraccio fu quello di Milena, la mia sposa, che gioiva per l’onore che ricevevo, ma tremava e piangeva per il mio futuro. Più di ogni altra persona Milena sapeva che la causa della cecità mi bruciava dentro e che per quella causa avrei dato tutto me stesso. Rientrai a Firenze e alla stazione mi attendevano i miei compagni di fabbrica che volevano salutare e festeggiare il Presidente operaio. Borrani era commosso, il suo abituale velo di pessimismo gli faceva dire soddisfatto: “Sì, è andata bene; doveva andare così”. Baragli era esultante: “Dobbiamo stare insieme l’ultimo dell’anno, voglio bere alla salute del mio Presidente e se sarò alto di canna, pace”.

Giuseppe Fucà nacque il 31 ottobre del 1922 a Scilla, cieco dalla nascita, visse i suoi primi anni d’infanzia nel paese natio fino a quando non si trasferì presso l’Istituto per ciechi “Principe di Napoli”.
Il presidente Fucà è cresciuto in quel periodo di fervore associativo che faceva il pari con un mondo che poco alla volta si avviava verso la pazzia del secondo conflitto mondiale. Nonostante le sue umilissime origini, Fucà da subito si è dato da fare affinché la sua cecità non fosse da ostacolo per la sua crescita futura. Combattente di natura dopo aver trascorso il suo primo periodo formativo nel napoletano, riuscì a farsi trasferire a Firenze, dove ha forgiato il suo spirito e la sua mente “unionista”. Ma procediamo con ordine.

Il suo avvio in collegio segna per Fucà quello che lui definiva “l’inizio di una milizia” perché l’apprendimento del Braille, prima, e la lettura di Gennariello iniziarono a formare quella coscienza “unionista” che l’avrebbe condotto a divenire il pupillo e successore di Nicolodi e Bentivoglio. Ecco cosa diceva di quelle letture giovanili: “Quel giornale ci faceva crescere mese per mese, e solo dopo diversi anni ho potuto ricostruire il bene che mi aveva procurato quella assidua lettura, quel vivere aggiornato sul mondo che cambiava, quel sentirmi beneficato e sorretto da una struttura che voleva formarmi e lanciarmi nella vita più preparato e più convinto dei miei doveri e dei miei diritti”.

La guerra, l’occupazione nazista lo vedevano sempre più impegnato, in quel di Firenze, a difendere con gli altri operai le fabbriche, volute da Nicolodi, e sostenere l’indipendenza dell’Unione nonostante il suo fondatore fosse stato costretto a dimettersi e l’associazione affidata a un triunvirato guidato da Bentivoglio. Un dopo guerra amaro per i ciechi che oltre alla tragedia interna iniziarono a vivere i primi conflitti interni e le prime battaglie forti per evitare che la politica si potesse impadronire dell’associazione. La grande crisi e il movimento pro pensione non davano tregua e Fucà, credente unionista, concordata la strategia con il presidente Bentivoglio, si pose a capo di quei combattenti prima di cedere, nel 1954, il comando delle operazioni della marcia del dolore al presidente Uic che aiutò per compiere l’atto finale che portò al riconoscimento della pensione.

Per Fucà il dicembre del 1965 rappresentò un momento di grande dolore perché il 22 dicembre moriva Bentivoglio e questa scomparsa, ancora una volta, metteva in serio pericolo l’autonomia dell’associazione, per cui la sua ascesa alla Presidenza nazionale era inevitabile e i colloqui febbrili di quelle ore lo testimoniarono. Fucà fece capire subito che il passato era un patrimonio prezioso da custodire per le sfide del futuro e con lo slogan “Rispetto e gratitudine per il passato, sfida all’avvenire” si presentò al Congresso nel 1966.

I grandi problemi dei rapporti con la politica dovevano essere superati per evitare che questa
contrapposizione danneggiasse ulteriormente l’associazione e la categoria. Fucà immagina che il centro sinistra doveva costituire per i ciechi una svolta storica nei fatti e non nelle parole. L’Unione doveva conquistare l’attenzione di Aldo Moro, di Pietro Nenni, di Flaminio Piccoli, di Giulio Andreotti. Lo scopo era quello di ottenere una più ampia possibilità di occupazione dei laureati, alla conquista di strumenti legislativi che procurassero più numerosi posti negli ospedali per i fisioterapisti, più posti ai centralini per la valanga dei disoccupati in attesa. Sul fronte delle pensioni, bisognava conquistare i miliardi necessari per pagare gli arretrati di aumenti stabiliti da una legge del 1962 – ben 14 miliardi.

Per questa battaglia occorreva sia tessere opportune alleanze politiche, sia, utilizzando molta diplomazia, creando relazioni interpersonali con i burocrati disseminati nei punti chiave. Fucà, però, i nemici li aveva in casa, visto che chi opponeva le maggiori resistenze erano proprio i dirigenti dell’opera nazionale dei ciechi civili che in ogni modo cercava di contrastare le richieste che l’UIC avanzava sul fronte politico tanto da creare una frattura pericolosa con l’allora ministro del Tesoro, Emilio Colombo, che i buoni uffici di Pieraccini riuscirono poi a dirimere e a far stanziare in bilancio quegli aumenti previsti dalla legge del ’62 e nel ’68 si iscrivono i primi stanziamenti per l’indennità di accompagnamento. Ma Fucà indomito combattente comprende che la battaglia ora da vincere era quella dello scioglimento dell’opera nazionale per cui, con i due componenti in consiglio che rappresentavano l’Unione, decise che era il momento di dimettersi.

Questo gesto riuscì a bloccare un regolamento sulle pensioni che voleva ridurre drasticamente il numero degli aventi diritto alla pensione e al contempo quella battaglia rafforzava l’associazione che vedeva, di nomina ministeriale, l’arrivo in consiglio dell’opera nazionale dell’avv. Fulvio Nicolodi. Quei rapporti politici, tessuti con grande pazienza, iniziarono a produrre i primi frutti e di lì a poco, grazie al sottosegretario, Giovanni Elkan, arriva il diritto per gli insegnanti ciechi di poter svolgere la professione anche nelle scuole medie per vedenti. Il suggello grande di quell’opera paziente di Fucà si ebbe il 20 ottobre del 1967 quando in occasione del Consiglio nazionale, si inaugurò la sede di via Borgognona (che è ancora la sede nazionale dell’associazione), quasi a conclusione di quei lavori giunse il presidente del Consiglio Aldo Moro. Un discorso accorato e poi si intrattenne con la dirigenza tutta e prima di congedarsi chiese al presidente Fucà se vi fosse un problema particolare che volesse segnalare.

La risposta di Fucà fu: “Oggi è festa, Presidente, i problemi ci sono, ma avremo tempo per vederli. Presidente, se lo ritiene importante e possibile, esprimo un desiderio: sappiano i ministri della D.C. che Fucà da quando è Presidente dell’Unione Italiana dei Ciechi non è più socialista, è solo il Presidente di tutti i ciechi italiani. Vorrei lo sapesse specialmente il Ministro Colombo”. Moro sorrise e lo spronò a continuare il lavoro senza preoccupazioni. A quel punto si doveva arrivare ad uno
smantellamento dell’O.N.C.C. se si voleva migliorare il quadro di assistenza in favore dei ciechi. Molto preziosa e importante fu l’azione di Flaminio Piccoli con il quale si concordò un disegno di legge che dovesse decentrare le competenze per l’erogazione delle pensioni per i ciechi che dovevano passare ai comuni. La tensione era alta e il Presidente nazionale dell’UIC sapeva che una parte politica e i dirigenti della struttura si sarebbero fortemente opposti a quel disegno, ma anche se lentamente l’iter inizia. Fu don Fosco Ferrini, che si occupava di assistere i pluriminorati, a sbloccare la situazione accompagnando il presidente UIC da Giulio Andreotti. Ecco le parole con cui Fucà racconta quel momento: “Don Fosco ci accompagnò ed ebbe parole toccanti per la nostra fatica. Fu duro e severo per il comportamento delle strutture dell’O.N.C.C.: “Presidente Andreotti, l’O.N.C.C. è odiata nelle case dei ciechi e Lei non avrà mai il benestare da un ente per far presentare una legge destinata ad affossarne indirizzi e metodi”. Così disse don Fosco e il colloquio prese un avvio ricco di prospettive. “Presidente Fucà, è contento se firmo anch’io la legge per le vostre pensioni?” concluse Andreotti. Io e Piero eravamo felici, don Fosco, esultante, rispose per noi: “Certo che il Presidente Fucà e tutti i ciechi italiani sono contenti di avere la sua firma al progetto!”. L’on Andreotti chiamò Flaminio Piccoli e gli comunicò di voler firmare quella proposta di legge ed ebbe come primo firmatario lo stesso Andreotti, era il 3 febbraio del 1969. In quello stesso anno con una sapiente opera di mediazione e rapporti costruiti nel tempo, grazie ad una nuova crisi provocata con le dimissioni di ben 5 componenti del consiglio d’amministrazione dell’pera nazionale, riuscì ad avere da parte del governo la nomina del commissario che portò allo scioglimento di quell’ente che sin dalla nascita aveva contrastato i ciechi e la loro associazione. Ecco il titolo del Corriere di quel maggio del 1970 “Sì del Parlamento alla legge sociale più avanzata del nostro Paese. La sofferenza ha vinto la sua lotta”. La legge fu approvata alla Camera il 6 maggio con tutti gli emendamenti preparati dall’Unione, primo tra tutti quello che prevedeva lo scioglimento dell’Opera Nazionale Ciechi Civili. Quella legge nata con l’aiuto di Piccoli trovò tanti sostenitori in quella battaglia lunga e difficile per il trionfo dei ciechi italiani rappresentati in maniera formidabile da Giuseppe Fucà. Dal 26 al 29 ottobre del 1970, a Roma, si svolse il XII Congresso Nazionale dell’Associazione, Congresso che celebrava – nel contempo – il cinquantenario dell’U.I.C.

Questa grande, indimenticabile, manifestazione concludeva un anno di iniziative propagandistiche organizzate in tutte le città d’Italia. Il Comitato d’onore delle celebrazioni di questa importante ricorrenza si apriva col nome del Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, e comprendeva il Presidente del Consiglio dei Ministri, Emilio Colombo, nonché i Ministri Moro, Piccoli, Mariotti e molti altri. Sandro Pertini e Amintore Fanfani aderirono in rappresentanza della Camera dei Deputati e del Senato e poi Pieraccini, Ingrao e tutti i Presidenti dei gruppi parlamentari. Ci fu, anche, l’adesione di Luciano Lama, Bruno Storti e Raffaele Vanni del mondo sindacale e quella di altre numerose personalità in rappresentanza dei settori più vari della società italiana. In quel Congresso, sul piano personale, Fucà raccoglieva il premio di tre particolari fatiche spese senza risparmio di energie: la fatica per la riforma pensionistica, il miglioramento delle prospettive occupazionali con leggi nei due settori dell’insegnamento, la telefonia e la fisioterapia, il grande sforzo organizzativo per dare nuova dignità e piena autonomia alle strutture periferiche. I laureati, diplomati e specializzati, ormai raggiungevano il loro posto di lavoro in breve tempo e la disoccupazione non era più, almeno per i ciechi, il secondo dramma dell’esistenza. Nell’ottobre del 1974 arriva il tredicesimo Congresso nazionale che si svolge sempre a Roma. Il contesto di crisi delle Istituzioni, dei partiti, del Paese aveva visto la dirigenza nazionale lavorare molto per affermare le ragioni dei ciechi, quel Congresso, però, celebrò tre giornate di studi e di deliberazioni orientate in direzione dei due settori più esposti di quei tempi: i fanciulli e gli anziani privi di vista. Un’altra grande conquista fu sottolineata dal Congresso: l’indennità di accompagnamento più che raddoppiata e concessa al solo titolo della minorazione, cioè sganciata da ogni reddito.

Per la prima volta in Italia un’invalidità civile veniva erogata a prescindere dal reddito personale o familiare. Dal 1974 al 1977 vi fu un grande scontro contro le associazioni rappresentative delle persone con disabilità accusate di non volersi trasformare in enti di diritto pubblico, qui era la parte sindacale a spingere forte su questa richiesta, e qualche giornalista accusa i vertici associativi di essere contrari al decentramento dimenticando che questo era stato anticipato dall’UIC fin dal lontano 1969. Quelle battaglie terminarono nel 1978 quando anche l’UIC venne riconosciuta come Ente Pubblico di diritto privato. Arriva un altro momento difficile per la storia dell’Unione, il Congresso del 1978. Alcuni uomini del Psi e della Dc provarono a fare pressione affinché l’associazione cambiasse anche lo statuto pur di orientarla politicamente. La risposta di Fucà fu secca e senza esitazioni, in quel quadriennio aveva già avuto modo di contrastarsi fortemente con Franco Evangelisti, questo volta si tratta di un dirigente socialista: “Da cinquantacinque anni i ciechi si fanno il loro statuto senza il sussidio delle intelligenze altrui; né Nenni, né De Martino, né Mancini, né Craxi, mi hanno mai chiesto come si autogovernano i ciechi italiani, essi hanno sempre saputo che c’è una organizzazione unitaria dei ciechi italiani e l’hanno sempre rispettata”.
Due temi dominarono quei lavori: “l’Unione al fianco di ogni cieco inserito nella scuola di tutti” e la pensionistica, con precedenza all’indennità di accompagnamento che doveva essere uguale a quella erogata a favore dei ciechi di guerra. Ecco alcuni passi di quella relazione congressuale che sembrano quasi rappresentare un passaggio di testimone e un richiamo all’impegno per i dirigenti presenti e futuri: “Finalmente siamo quello che volevamo essere: una libera Associazione, fatta di uomini liberi, capaci di donare il meglio di se stessi ai problemi degli altri. Abbiamo dovuto inventare e gestire servizi a cui nessuno aveva pensato, con fondi statali che non coprivano neanche il costo del personale e se migliaia e migliaia di ciechi italiani hanno ricevuto istruzione, specializzazione professionale, posto di lavoro, assistenza individuale, pensione statale, strumenti di autonomia, interventi sanitari, profilassi, assistenza prematrimoniale, casa, organizzazione del tempo libero e mille altri interventi individuali e collettivi, questo è stato possibile solo perché duemila lavoratori ciechi, conquistata la propria indipendenza economica, grazie alle leggi strappate dall’Unione Italiana dei Ciechi, hanno riversato nell’attivismo sezionale la propria gioia di vivere, di donare, di lottare per una causa che non era l’ansia di dignità e di pane di ciascuno di loro, bensì la speranza di vita dei propri fratelli rimasti isolati dall’altra parte del fiume e in attesa del miracolo. Avete ed abbiamo bussato a tutte le case dove c’era stato segnalato un cieco. Abbiamo incontrato uomini spenti nel dramma, fratelli bruciati interiormente dalla disperazione. Li abbiamo abbracciati e portati all’aperto, verso il calore delle lotte, l’ansia dell’attesa di una giornata più viva e più vera. A testa alta per il nuovo cammino. La società vi deve essere grata per quanto avete fatto fin qui”.

Queste sono le parole pronunciate dall’on. Fanti, Presidente della Commissione Interparlamentare per il decentramento regionale, nel pomeriggio del 25 maggio 1977, alla presenza dei Presidenti Nazionali delle Associazioni di categoria. L’on.le Fanti, ex-Presidente della Regione Emilia-Romagna, con queste parole ci ripagava di tante inutili polemiche e di tanti equivoci su presunte nostre resistenze contro il decentramento regionale. Conservazione e provocazione volevano cambiare i nostri connotati. Da una parte c’era chi voleva spingerci a fare il polverone contro la 382 e, dall’altra, c’era chi si adoperava per farci passare per incalliti sostenitori di uno stato giuridico della nostra Unione, stato che giovava solo al parassitismo di chi vive di assenteismo e di tracotanza. Con l’umiltà dei combattenti, possiamo affermare che ha vinto la verità e siamo pronti al nuovo cammino.
“Quando si lasciano professioni lucrose per servire l’Unione, quando il proprio tempo libero lo si vive in una Sezione e si rifiuta il secondo lavoro; quando si sacrifica la pace familiare per essere al fianco di un privo di vista che chiede solidarietà ed aiuto; quando si vivono a Roma o altrove giornate di vita associativa senza ricevere l’intero rimborso delle spese sostenute; quando non è la gloria o la carriera a muoverci verso gli altri, bensì l’educazione al sacrificio, il ricordo di sofferenze patite, l’ansia di trasformare un dramma umano in occasione di prova e di rivincita dello spirito; quando alla quiete individuale, si preferisce la lotta di una collettività di cui ci sentiamo parte più fortunata, è segno che la croce volontariamente abbracciata può andare ancora lontano, lungo tutte le vette del cammino che da oggi ci si schiude dinnanzi”.

Alla fine di quei lavori Giuseppe Fucà viene rieletto Presidente nazionale. Le lotte e le tante fatiche di quegli anni chiedono il conto nella notte fra il 5 e 6 dicembre del 1978. Fucà con un infarto in corso non ne volle sapere di andare in ospedale a Roma e andò nella sua Firenze dove, dopo tantissime ore di sofferenze, venne ricoverato nel reparto cardiologico dell’ospedale della città. Fu un periodo terribile per il Presidente nazionale UIC che dovette ricoverarsi molte volte per svariati problemi di salute. Ma l’animo battagliero che era in lui, non si arrendeva e sapeva che doveva iniziare la battaglia di equiparazione dell’indennità di accompagnamento dei ciechi civili ai ciechi di guerra.

Vi fu un incontro con il presidente Sandro Pertini al quale venne illustrata la problematica con grande franchezza. L’UIC appoggiava le sue ragioni partendo dal presupposto che la negligenza di chi continuava a trattare le minorazioni a seconda delle cause e non in rapporto all’incidenza che la minorazione fa pagare ai portatori dell’handicap. Le battaglie del 1976 e 77 bruciavano ancora e quel ritardo del legislatore, che aveva promesso che in 90 giorni avrebbe riscritto le regole, non era più accettabile. Tutti furono chiamati all’azione e l’UIC stessa riuscì a costruire anche le coperture finanziarie che potevano essere la giustificazione per molti politici pronti, però, a glorificarsi del lavoro altrui. La grande sensibilità del presidente Pertini fece il resto e quando la commissione Interni della Camera, riunita in sede legislativa, approvò la legge, si stabilì un principio giuridico importantissimo, che le indennità dei ciechi civili dovevano essere equiparate a quelle dei ciechi di guerra. Tre anni di dure lotte che portarono a benefici erogativi per tutti i minorati della vista italiani agli inizi degli anni 80. Il 29 marzo del 1980, nella sala consiliare del Comune di Scilla, il Sindaco prof. Giuseppe Vita consegnava a Giuseppe Fucà una medaglia d’oro, accompagnando il dono con parole toccanti. Scilla festeggiava uno dei tanti suoi figli che per le vie del mondo avevano fatto il proprio dovere onorando la propria terra. Una vita dedicata al credo dell’uguaglianza e del riscatto sociale dei ciechi, unionista convinto così come i
suoi predecessori è riuscito a difendere e salvaguardare l’autonomia dell’UIC memore delle tante battaglie vissute a fianco dei suoi illustri predecessori Aurelio Nicolodi e Paolo Bentivoglio.
Giuseppe Fucà lasciava la sua nobile esistenza il 18 settembre del 1981. Roberto Kervin vice presidente nazionale, che aveva guidato da solo l’UIC nei difficili momenti di vicissitudine di salute di Fucà, viene eletto quarto Presidente dell’associazione.