La storia dell’Unione Ciechi e Ipovedenti

In occasione del Centenario di fondazione ripercorriamo la storia dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti seguendo la pubblicazione sul “Corriere dei Ciechi” (a cura di Vincenzo Massa, coordinatore del Comitato Editoriale).

La condizione dei ciechi agli inizi del Novecento

Il cieco una volta era visto come uomo da commiserare e da aiutare facendogli la carità e per la gran parte di essi la filantropia era l’unico strumento caritatevole per sostenere una vita che non poteva avere altro futuro. Anni difficili per la maggioranza dei ciechi che alle difficoltà della vita quotidiana doveva aggiungere la compassione che, di fatto, li metteva in una condizione di solitudine e silenzio ancora più aberrante perché la condizione di mendicante era l’unica aspirazione possibile. Questi “poveri ciechi”, dunque, quando non erano sulle strade erano ricoverati in ospizi dove la loro vita era forse peggiore dei compagni d’ombra nelle strade. Un misero pasto, un posto per dormire non li riparava dal freddo e dalla solitudine dell’abbandono, da quei posti uscivano solo per l’ultimo viaggio, quello senza ritorno. La situazione non mutò neanche quando sorsero i primi istituti per ciechi poiché i mecenate che davano origini a queste organizzazioni avevano in mente solo la compassione e la pietà. Un pasto caldo, un letto per dormire, qualche rudimento di cultura andava più che bene per questi ciechi che non potevano o dovevano aspirare ad altro.

I ciechi cominciarono, però, a prendere coscienza delle proprie capacità tanto da non guardare più quale unico traguardo della propria vita la morte. Il buio delle coscienze dei non vedenti cominciava a spalancarsi verso la luce della passione di diventare protagonisti del proprio destino e uno degli esempi più illustri fu proprio il grandissimo Augusto Romagnoli, Uomo coltissimo, pedagogo illuminato che seppe trovare nuove strade affinché anche i ciechi potessero progettare il proprio futuro. I primi tentativi di organizzazione dei ciechi in Italia risalgono principalmente a due società di patronato, fondate negli ultimi decenni deH’800, intitolate a “Nicolò Tommaseo” e alla “Regina Margherita”. Grande animatore di queste fu Dante Barbi Adriani che fondò e diresse anche il primo periodico in braille e uno in stampa normale a favore della categoria.

Nel 1910 su proposta di Carlo Grimaldi, Augusto Romagnoli ed altri, si costituì la “Società procultura fra gli insegnanti ciechi” che risultò essere la prima associazione di soli non vedenti. L’entrata in guerra, nel primo conflitto mondiale, stava per stravolgere, però, il mondo dei privi della vista in Italia. Siamo nel 1915, precisamente domenica 25 luglio, quando il sottotenente Aurelio Nicolodi, arruolatosi volontario il 24 maggio 1915 subito dopo aver chiesto e ottenuto la cittadinanza italiana, appena ventunenne, era in servizio sul monte Sei Busi, che si trova a poca distanza da dove è stato realizzato il sacrario militare di Redipuglia. Era in corso la seconda battaglia dell’Isonzo, quando il giovane trentino venne ferito gravemente e restò cieco per lo scoppio ravvicinato di una granata che lo colpì al volto. Nel 1917 venne decorato con la medaglia al valor militare, con questa motivazione: “Colpito agli occhi e perduto la vista, mentre nella notte dava efficaci disposizioni per respingere gruppi di nemici spintisi con bombe a mano fin sotto la trincea da lui occupata, prima di ritirarsi dava ancora bella prova di calma e ardimento, incitando il proprio Reparto alla più strenua resistenza – Polazzo, 25 luglio 1915“.

Nello stesso anno a Firenze, prima città d’Italia, veniva costituito il “Comitato per l’assistenza ai ciechi di guerra” che qualche mese dopo si fuse con l’ANMIG, associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra. Uno degli animatori e fondatori di questo comitato fu il frate francescano Gioacchino Geroni, appena tornato dal fronte di guerra, che era stato cappellano militare degli Arditi, corpo speciale del Regio Esercito. Geroni dovette insistere molto per convincere Aurelio Nicolodi a recarsi a Firenze per mettere a disposizione dei suoi commilitoni ciechi la sua fede e esperienza. Il giovane trentino non accettava il principio che il cieco non dovesse aspirare a nessun traguardo se non a quello di avere un minimo di conoscenza culturale e piccoli lavoretti per passare il tempo, per lui era inammissibile che il non vedente fosse percettore di gesti di misericordia o di pietà. Ricordiamo, però, che a quei tempi era vigente l’articolo 340 del codice civile del Regno d’Italia, emanato nel 1865, che disponeva che i ciechi e i sordomuti, giunti alla maggiore età, fossero inabilitati di diritto, a meno che il Tribunale non li avesse dichiarati abili a tutelare i propri interessi. Per Nicolodi, dunque, iniziava una sfida importante per ribaltare quella concezione partendo proprio dall’ente fiorentino.

Sin da subito, grazie alle sue capacità fu nominato aiutante del direttore dell’ente. Dopo qualche mese però Gino Bartolomei Gioili, direttore dell’ente, si ammalò e per la sua sostituzione fu lui stesso a tentare di imporre Aurelio Nicolodi. Il consiglio dell’ente cercò di fare ostruzione perché era impensabile che un cieco, per di più ventenne, potesse essere chiamato a dirigere un istituto per ciechi. Ma Gioili riuscì a trovare un compromesso facendo nominare Nicolodi vice direttore per la parte tecnica e disciplinare. Il vice direttore da subito iniziò a riorganizzare la vita interna all’ente, che tra l’altro prevedeva la divisione fra soldati e ufficiali ciechi di guerra, facendo presente all’autorità militare che nessuno dei collaboratori, addetti ai ciechi di guerra, era indispensabile. Il secondo provvedimento riguardò i soldati ciechi ai quali fu proibito di andare per osterie a suonare l’armonica e il piantone che li aveva accompagnati fu immediatamente rispedito al suo corpo di appartenenza. A quel punto una delegazione di soldati ciechi andò a protestare con il conte Cosimo Rucellai, presidente dell’ente, minacciando addirittura una forma di sciopero se non fosse stato fatto rientrare il piantone. Il conte, molto scosso da quella protesta, riferì subito l’esito di quell’incontro ad Aurelio Nicolodi chiedendogli se non fosse il caso di adottare una tattica più remissiva rispetto a questa vicenda. Nicolodi chiese, invece, al conte di lasciarlo agire perché solo in questo modo si poteva mettere fine a questa vicenda. Insieme si recarono dall’autorità militare, rappresentata da un colonello medico, per raccontare della situazione.

L'Istituto per Ciechi di Firenze - immagini di archivio
L’Istituto per Ciechi di Firenze – immagini di archivio

Non fu semplice per il giovane trentino farsi valere in questa circostanza per convincere colonnello e presidente dell’ente che dovesse avere lui la piena autorità e non un altro ufficiale in quanto i soldati ciechi avrebbero ubbidito assai più facilmente a un superiore cieco che a un vedente. I due con grande perplessità affidarono a Nicolodi l’incarico il quale non perse tempo e appena ritornato presso l’ente convocò i soldati ciechi. A tutti ribadì che il piantone non sarebbe tornato e che da quel momento non avrebbe più tollerato nessun atto di insubordinazione per cui da subito ognuno doveva riprendere il proprio posto, in caso diverso si poteva scegliere fra il rientro in reparto o in famiglia e in caso diverso non avrebbe esitato a denunciarli all’autorità competente. A quel punto dalla sala si levò la voce di un soldato che esclamò: “Se qualcuno entra in laboratorio gli spacco la testa“.

La replica di Nicolodi fu, però, fulminea “Tu rientrerai immediatamente. Se rifiuti ti denunzio al Tribunale Militare per incitamento all’insubordinazione“. Mentre quel soldato lasciava la sala, tutti gli altri rientrarono a lavoro e si concluse così quell’infuocata assemblea che conferì autorevolezza e riconoscimento di maturità da parte del consiglio che dopo qualche mese lo nominò direttore effettivo dell’ente. Molti anni dopo, a proposito di quello sciopero dei cinquanta soldati ciechi del 1919, scriveva: “Debbo a quella loro rivolta inconsulta se ci rinsaldammo virilmente fra noi senza di che il corso della mia vita avrebbe potuto essere diverso“.

L’incarico di direttore, che il giovane trentino svolse con grande passione, cominciava ad andargli stretto poiché più studiava il problema dei ciechi e più si rendeva conto della miserevole condizione di quei “fratelli d’ombra“, come li chiamava lui, soprattutto di coloro che non essendo reduci di guerra non potevano contare su una pensione d’invalidità o sulla possibilità di impegnarsi in qualche attività lavorativa. Per questo motivo avviò personalmente degli esperimenti ed uno di questi lo portò a laurearsi in economia e commercio, pur avendo un diploma di geometra, a Roma il 15 luglio del 1920, pochi mesi dopo il suo matrimonio con Maria Priolo che aveva sposato il 19 aprile, discutendo la tesi “Il porto di Ostia e la navigazione sul Tevere” ottenendo il voto di 110/110.

La fondazione dell’Unione Italiana dei Ciechi

Siamo alla vigilia del Congresso di Genova del 1920 e la situazione dei ciechi civili era davvero ferma alla considerazione di “poveri ciechi”, misera considerazione caritatevole, che veniva declinata nei Congressi dedicati ai ciechi dove tutti decidevano tranne che gli interessati, per cui la forza e il coraggio con cui Aurelio Nicolodi si presenta all’appuntamento segnano la svolta. L’attività intensa con cui si erano state sensibilizzate le tante organizzazioni dei non vedenti fece in modo che all’apertura del Congresso i ciechi fossero per la prima volta in maggioranza, qualcuno ebbe a notare che mancavano solo i benestanti non vedenti. Alle 10, del 24 ottobre 1920, presso il salone del teatro “Carlo Felice” di Genova si apre ufficialmente il VII Congresso dei Ciechi.

Alla presenza di tutte le autorità del posto si contarono, altresì, 133 delegati non residenti nel capoluogo genovese. Prima, però, dell’inaugurazione solenne del Congresso, il 23 ottobre, presso l’istituto Chiossone, si tennero dei lavori preparatori molto importanti che prelusero alla nascita della nuova associazione nazionale. Occorsero due riunioni, sempre nella giornata del 23 ottobre, prima di poter istituire una commissione speciale che si occupasse di trovare basi comuni per creare l’associazione nazionale che potesse tutelare i diritti morali e materiali dei minorati della vista. La commissione, composta dai signori prof. Laudriani, prof. Romagnoli, prof. Soleri, aw. Loffredo, Pestelli, Sfrati, Poggiolini, prof. Gianni, e signorine Cassia, Antonucci e Bocchino, partendo dall’esperienza e dall’organizzazione della società “Pro Culture Ciechi”, il 26 ottobre propose all’assemblea dei ciechi le proprie conclusioni. Fu Oreste Poggiolini, in qualità di vedente e rappresentante del tenente Nicolodi, a leggere il documento che qui riproponiamo nella sua interezza, grazie alla collaborazione del Consiglio regionale UICI Toscana, che per acclamazione decretò la nascita dell’Unione Italiana Ciechi.

“La Commissione eletta la sera di Sabato 23 Ottobre 1920 dall’assemblea dei ciechi per addivenire ad accordi concreti per l’istituzione di una organizzazione nazionale dei ciechi, è venuta di pieno accordo alle seguenti proposte conclusive:

  • L’organizzazione nazionale dei ciechi verrà effettuata sulla base degli scopi generali e della struttura attuale della società Pro-Cultura.
  • La Pro-Cultura a questo scopo allargherà il proprio statuto, aggiungendovi l’art. 3 del nuovo schema di statuto elaborato dai sigg. Prof. Landriani, Pestelli e Nicolodi in sostituzione dell’articolo generico il quale accennava in breve agli scopi che lo stesso articolo determina e specifica.
  • La nuova organizzazione si chiamerà Unione Italiana dei Ciechi.
  • Rimane in massima fissato che l’organizzazione s’impernia nell’attuale statuto della Pro Cultura, al quale debbono essere portate le seguenti modificazioni:
    a) I tre Consiglieri attuali che dirigono l’Associazione saranno portati a cinque, e saranno eletti dai Delegati regionali, i quali costituiscono il Consiglio Centrale;
    b) Per dare maggior forza alla organizzazione centrale, allo scopo di dare sviluppo al lavoro in senso nazionale, tutte le quote sociali dei Soci effettivi, i versamenti dei Soci perpetui, e metà di quelle dei Soci contribuenti debbono essere corrisposte alla Sede centrale, riunendo a. favore dei Circoli regionali, la restante metà delle quote dei Soci contribuenti, nonché i ricavati delle feste di beneficenza e di speciali iniziative che essi potranno promuovere pel vantaggio della loro azione regionale;
    c) In nuovo statuto si dovrà determinare una opportuna divisione di lavoro, in modo che la parte culturale, attualmente bene avviata, non subisca soste o deviazioni, e che il nuovo lavoro concernente il movimento di classe di carattere nazionale abbia al più presto principio d’esecuzione.
  • L’Assemblea dei ciechi è invitata a confermare provvisoriamente l’attuale Consiglio della Pro Cultura designando due nomi che completino fin d’ora il Consiglio, fino alla prossima elezione prescritta dallo Statuto.
    L’Assemblea dei ciechi approvava per acclamazione le proposte della Commissione, confermando gli attuali membri in carica della Pro-Cultura: prof. Giannini e prof. Amadei, chiamando a completare il Consiglio il prof. Soleri, in sostituzione del dott. Assensi dimissionario, e chiamando a completare la Commissione dei cinque dirigenti il nuovo organismo sociale il prof. Landriani e il tenente Nicolodi.
    Fra gli applausi dell’Assemblea il prof. Soleri presidente della riunione proclamava costituita la “Unione Italiana dei Ciechi” e la riunione, prima di sciogliersi, acclamò a lungo il prof. Landriani, chiamato il papà dei ciechi, cui il prof. Costa presentò a nome dei colleghi le insegne di Cavaliere della Corona. d’Italia.
    Genova, 26 Ottobre 1920.”

Altro elemento importante di quel Congresso genovese si ebbe il 25 ottobre quando fu approvato il primo ordine del giorno sulla costituzione della Federazione degli Istituti prò Ciechi. Ecco quanto si evince dagli atti “Federazione Istituti: Il progetto della Federazione fra gli Istituti trovò già il
consenso dei rappresentati degli Istituti intervenuti al Congresso che votano l’ordine del giorno seguente, dopo che il Prof. A. Oraziani ebbe letto lo statuto presentato dalla Commissione che era stata, a tale scopo nominata al 6° Congresso di Bologna:
N. 1. – “Il VII Congresso Nazionale dei Ciechi, udita la relazione sullo Statuto proposto per la Federazione di tutte le Istituzioni Pro Ciechi, lo approva. Dà incarico alla Commissione nominata di dare forma allo Statuto, di spedirlo a tutte le Istituzioni Pro Ciechi, sollecitandone l’adesione e riunire entro tre mesi i rappresentanti degli Enti aderenti ad una riunione per la costituzione della Federazione e la nomina del Consiglio federale.”

Iniziava, così, il cammino dell’Unione Italiana Ciechi che da 100 anni si batte per la dignità e le pari opportunità di tutti i ciechi e ipovedenti italiani.

La presidenza Nicolodi

Quella pagina genovese, che aveva cambiato definitivamente echi italiani, ora doveva iniziare a muovere i primi passi per costruire quella casa per i minorati della vista che vivevano in un paese ancora culturalmente non pronto ad accettare che anche le persone affette da cecità potessero essere “persone fra le persone in una società di tutti“. Il grande valore e spessore di Aurelio Nicolodi riuscì ad aprire i primi varchi nel sistema legislativo italiano e quando il 29 luglio del 1923 arrivò il R.D.1789, con il quale l’Unione Italiana Ciechi viene eretta ad ente morale, fu una conquista senza precedenti in una giovane nazione, che aveva lasciato sin lì alla carità e all’elemosina la sopravvivenza dei ciechi, completato con due R.D. che riordinano gli istituti di beneficenza. Il R.D. n. 2841del 30 dicembre del 1923, infatti, riforma in modo significativo la legge n. 6972 del 1890. In un comma aggiuntivo al testo della legge è scritto: “Possono esser dichiarati istituti scolastici posti alla dipendenza del Ministero dell’istruzione quegli istituti a favore dei ciechi, nei quali gli scopi dell’educazione e dell’istruzione, in base alle tavole di fondazione e agli statuti, siano esclusivi o abbiano ima prevalenza notevole sui fini di assistenza”.

E all’art. 4 della legge è aggiunto il seguente comma: “Delle amministrazioni degli istituti, che abbiano per fine l’assistenza, l’educazione e l’istruzione dei ciechi deve far parte possibilmente un rappresentante dei ciechi stessi, nominato dal Ministero dell’interno di concerto con quello dell’istruzione”. Il passaggio dal concetto di istituto come ricovero assistenziale a quello di ente di istruzione è avviato. La presenza di un rappresentante dell’Unione Italiana dei Ciechi nel Consiglio degli istituti costituisce una garanzia per il conseguimento delle finalità educative, essendo stato, nel congresso fiorentino del 1921, quello dell’educazione e dell’istruzione il punto primo fra quelli che Aurelio Nicolodi aveva indicato come finalità della neonata Associazione.

Aurelio Nicolodi con il figlio
Aurelio Nicolodi con il figlio

Il primo presidente UIC completa questa prima parte del percorso legislativo sull’istruzione nel 1924 quando negli istituti per ciechi entra l’istruzione professionale e nel giugno dello stesso anno arriva il riconoscimento dell’istruzione elementare in favore della categoria e divenne un fatto acquisito che sarà confermato nel Testo Unico della legge 452 del 1925. Le Province, infatti, furono chiamate a pagare le rette agli istituti, e così una massa di indigenti, figli della povertà e dell’ignoranza, affollarono le scuole speciali per un riscatto di massa sino a quel momento ritenuto inimmaginabile. Gli istituti speciali, ricordiamo l’idea di creare la Federazione Nazionale delle Istituzioni prò ciechi il 24 febbraio 1921, furono fucina di un’elevazione culturale rilevante grazie anche ad una solida collaborazione con l’Unione Italiana Ciechi che guidava e dettava i tempi di quella nuova vita per i ciechi italiani. A conferma di questo è il caso di ricordare che a capo di questi istituti vi erano proprio gli uomini più rappresentativi dell’UIC, con Aurelio Nicolodi che presiedeva l’istituto professionale di Firenze, Augusto Romagnoli che dirigeva la scuola di Metodo per gli Educatori di Ciechi, Paolo Bentivoglio come Direttore dell’istituto Gavazza di Bologna, Gennaro Giannini che dirigeva il Principe di Napoli nel capoluogo campano. Altri privi di vista, infine, erano alla guida degli istituti di Palermo, Lecce, Reggio Emilia. Gli istituti Gavazza e Principe di Napoli, guidati da due direttori ciechi, Bentivoglio e Giannini, preparavano e guidavano centinaia di fanciulli e di giovani verso la conquista della scuola pubblica. E grazie a questo straordinario lavoro si scriverà per la categoria, una splendida pagina di trionfi e storia per le istituzioni e gli uomini che si erano comunque impegnati nella più bella e più incisiva svolta dei tempi.

Ci sembra giusto ricordare se pur brevemente i primi passi della Federazione. Ne fu primo presidente Alessandro Graziani, che la resse fino al 1931 e ne favorì l’erezione in Ente Morale, avvenuta con R.D. n. 119 del 23 gennaio 1930. A lui succedette il professor Oreste Poggiolini, il fondatore di “Gennariello” rivista storica dedicata ai ragazzi ciechi, che ne era stato segretario e che la guidò fino all’anno della sua scomparsa nel 1938. Seguì la presidenza del dottor Aurelio Nicolodi, che significativamente ne assommò la guida a quella dell’Unione Italiana dei Ciechi, quasi a testimoniare ulteriormente l’unità di intenti e di finalità. Nel 1943 Aurelio Nicolodi delegò i suoi poteri di presidente della Federazione al professor Paolo Bentivoglio che, dal 1947 al 1950, ne fu Commissario governativo. Ma gli istituti da soli non avrebbero potuto supportare quella grande trasformazione perché il patrimonio letterario delle piccole biblioteche per ciechi, pur presenti sul territorio nazionale, era molto esiguo, quasi inesistente. L’Unione Italiana dei Ciechi e il suo Presidente fondatore, Aurelio Nicolodi, che prendendo spunto dalle esperienze delle migliori Biblioteche straniere, come la “Bibliotèque Braille” dell’Association Valentin Haiiy di Parigi, fondata nel 1883 dal cieco Maurice de la Sizeranne, e la “National Library for the Blind”, di Londra sorta nel 1882 per opera di Martha Arnold, anch’essa non vedente, ne volle creare una anche in Italia sotto la guida e la direzione dell’Unione Italiana Ciechi, che potesse soddisfare, per quanto possibile a quei tempi, i desideri e le necessità dei non vedenti dell’intero Paese, dando così origine a una vera e propria “Struttura” di carattere nazionale.

Ragazzi che scrivono con le dattilobraille
Ragazzi che scrivono con le dattilobraille – Foto d’archivio

Il 7 aprile del 1928, si tenne a Genova presso l’istituto “David Chiossone”, in Corso Principe Amedeo, 11 – ora Corso Carlo Armellini – l’assemblea generale straordinaria della Biblioteca Circolante per i Ciechi, per trattare e discutere della fondazione in Genova della Biblioteca Nazionale. All’assemblea partecipò il Comm. Dott. Tenente Aurelio Nicolodi, Presidente dell’Unione Italiana Ciechi, il quale espose in modo dettagliato il progetto studiato dall’Unione. Esso prevedeva la creazione di un’unica grande Biblioteca di carattere nazionale, dove convogliare le collezioni librarie delle varie Biblioteche per garantire un servizio adeguato per tutti i minorati della vista. L’Assemblea a voti unanimi approvò la proposta, dando al Consiglio il più ampio mandato per predisporre, d’accordo con il Presidente dell’Unione Italiana Ciechi, lo Statuto del nuovo Ente. Il primo Consiglio d’Amministrazione della “Biblioteca Nazionale Ciechi” fu così costituito:

  • Grande ufficiale Dott. Tenente Aurelio Nicolodi, Presidente;
  • Marcella De Negri, Segretaria;
  • Ninetta Parodi e Mary Pfister, Consiglieri.

La laurea in Economia non fece dimenticare al primo presidente UIC che era indispensabile affiancare all’istruzione il lavoro, perché non tutti i ciechi sarebbero potuti approdare alle Università e non si poteva disperdere il sacrificio di aver portato negli istituti l’indirizzo professionale che doveva servire a formare operai non vedenti specializzati. Senza dimenticare l’esperienza che aveva accumulato nell’educazione e riabilitazione dei ciechi di guerra a metà degli anni 30 fondò l’Ente Nazionale per il lavoro dei ciechi, che univa per la prima volta lavoratori non vedenti e normodotati. Nel 1934 compì un nuovo prodigio perché all’interno della legge 1844 dell’ll ottobre riuscì a far inserire all’art. 4 che le amministrazioni pubbliche erano tenute a riservare una quota delle forniture pubbliche da appaltare al neonato Ente. Di questo aspetto, però, riparleremo nel prossimo numero in cui racconteremo dei ciechi e del lavoro. Una nuova fiammata di nazionalismo e di follia da lì a poco avrebbe sconvolto l’Europa e condusse il vecchio continente nel secondo conflitto mondiale. 11 presidente UIC, grazie alla sua fama di eroe di guerra, era riuscito ad infondere nella categoria la necessità e l’orgoglio di servire la patria e anche per affermare di essere uguali alle altre persone, nel 1940 migliaia di non vedenti si arruolarono volontari per svolgere il compito di aerofonisti.

La voglia di scrivere una pagina sociale rilevante per l’Italia non trovò, purtroppo, il riconoscimento che questi soldati aerofonisti si aspettavano al ritorno dal fronte, un posto di lavoro che confermasse la loro parità sociale. Il 25 luglio del 1943 la caduta del regime fascista faceva sentire tutti liberi ma di lì a poco, specie dopo l’armistizio dell’8 settembre, fece precipitare il paese nel dramma dell’occupazione nazista. Il 12 novembre del 1943 il Maggiore Carità, Capo delle SS italiane, convocò e minacciò Aurelio Nicolodi nelle stanze di una villa di via Trieste, poi passata alla storia come “Villa Triste”, imponendogli le dimissioni da tutti gli incarichi ricoperti nelle istituzioni dei ciechi, da quel momento non era più Presidente, né dell’Unione, né dell’Ente di Lavoro. Appresa la notizia, Giuseppe Fucà, che poi sarà eletto terzo presidente dell’UIC, avrebbe voluto organizzare una reazione con un gruppo di operai ma Nicolodi lo convocò con urgenza a casa sua.

Ma Nicolodi stava nascondendo una verità ancora più grande e amara per lui: tre ciechi si erano fatti ricevere dal Maggiore Carità per denunziarlo di attività antifascista. Quel gesto segnò la fine di un’unità di intenti che sino a quel momento aveva tenuto saldo il movimento dei ciechi italiani, l’Unione fu guidata da un triumvirato composto da Paolo Bentivoglio, Gian Emilio Canesi e Teubaldo Daffra. La discussione che si era aperta nella categoria dei non vedenti era molto accesa, a fronteggiarsi vi era un gruppo che contestava l’UIC perché secondo loro nulla era stato fatto per assicurare a tutti i non vedenti una pensione; l’altra parte, invece, era schierata con il presidente Nicolodi e difendeva strenuamente le conquiste ottenute compreso il lavoro e quelle fabbriche che avevano segnato, di fatto, una rivoluzione epocale per tutta l’Italia. Era un periodo drammatico, la sconfitta bellica del paese pesava su tutta la società e non da meno per l’Ente per il lavoro dei ciechi, che aveva visto l’alternarsi di commissari governativi che riuscirono a peggiorare ulteriormente la situazione, non essendoci stata una riconversione industriale molte di quelle fabbriche iniziarono a chiudere. Nei primi mesi del 1945 Aurelio Nicolodi rivolgendosi al gruppo degli unionisti, in quel momento di grandi polemiche, disse: “Salvate almeno l’Unione Italiana Ciechi”. In quel periodo terribile, fra il 1944-45 infatti, tutte le strutture create: l’Unione Italiana dei Ciechi (nata prima dell’avvento del fascismo), la Federazione delle Istituzioni prò Ciechi che raggruppava tutti gli istituti di istruzione, l’Ente Nazionale di Lavoro per i Ciechi, la Stamperia Nazionale Braille, la Biblioteca Nazionale “Regina Margherita”, venivano condannate in blocco come simboli del regime fascista e aggredite con l’intento di smantellarle.

Nella vita dei Sodalizi, come in quella degli individui e dei popoli, basta un periodo di rilassamento per ricascare indietro di secoli e ritrovarsi allo stesso punto da cui occorsero i più gravi sacrifici per sollevarsi.

Aurelio Nicolodi

La Toscana era ancora una volta centrale in questa discussione e molti non vedenti si lasciarono trasportare in quell’agone di conflittualità da alcuni vedenti militanti nei partiti di sinistra. Fra essi vi era il sig. Crudi, comunista, che adoperò tutto se stesso per portare scompiglio e divisione fra i non vedenti sino al punto di organizzare un’assemblea presso la Federazione comunista con tutti i ciechi iscritti a quel partito e a quello dei socialisti. Scopo di quella adunanza era evitare che si potesse tenere il congresso nazionale dell’UIC attraverso l’invio di un telegramma al Ministro degli Interni affinché provvedesse a nominare un commissario governativo.

Ci fu uno scontro serrato e a favore dell’UIC intervennero Zaniboni, D’Amore, Abbatiello, Festa. Concluse Giuseppe Fucà che accusò duramente il Crudi e altri vedenti di tentare di spezzare quella fraternità nata fra i banchi di scuola e maturata nelle fabbriche e nella vita. Fucà rivolgendosi agli intrusi disse: “Voi non sapete dove sta di casa la democrazia, perché non volere un Congresso significa calpestare la dignità dei ciechi italiani, i quali tutti, al posto di un commissario di governo, preferivano un presidente liberamente eletto”. Gli unionisti o nicolodiani, come qualcuno li definiva, ebbero la meglio riuscendo a bloccare l’invio del telegramma e far eleggere 4 di loro come delegati al congresso nazionale. Enzo Zaniboni, Gino Baragli, Luigi Borrani, Giuseppe D’Amore, Dino Viacava, Luigi Festa, Giuseppe Fucà, formavano il gruppo dei “nicolodiani” più accaniti. Erano presenti in tutte le assemblee dove si discutevano problemi riguardanti i ciechi. Ogni riunione mirava a fare approvare un documento di condanna di qualche particolare settore delle attività associative.

Siamo al 13 novembre del 1945 quando a Roma si apre il VI Congresso nazionale dell’UIC, il primo dopo il conflitto bellico definito per questo della rinascita; era chiaro alla maggioranza dei delegati che il presidente fondatore non si sarebbe ricandidato a guidare l’associazione e aveva indicato come suo successore Paolo Bentivoglio, che aveva guidato, di fatto, l’associazione in quel periodo buio per la storia dell’umanità, fra il 1943 sino all’assise congressuale. Furono giornate difficili per i congressisti, per gli attacchi interni ed esterni mirati a spaccare l’associazione. Nicolodi, aprì con una relazione nella quale raccontò la metamorfosi sociale dei ciechi prima e dopo la nascita dell’UIC, mantenne la sua convinzione che era giunto il momento di cedere il testimone e non si lasciò travolgere dall’affetto dei congressisti che con due ordini del giorno, sancirono l’indissolubilità di tutto il corpo associativo dal suo padre fondatore. La categoria riuscì a rintuzzare gli attacchi interni ed esterni, lo stesso Ministro degli Interni dell’epoca le provò tutte per non far eleggere il partigiano modenese, ed in una ritrovata unanimità affidò a Paolo Bentivoglio le speranze di rinascita della categoria dei ciechi, la guida dell’Unione Italiana Ciechi. Aurelio Nicolodi morì a Firenze il 27 ottobre del 1950 stroncato da un male inesorabile.

La presidenza Bentivoglio


Nel 1943, quando Aurelio Nicolodi fu costretto a rassegnare le dimissioni da ogni incarico ricoperto nelle istituzioni dei Ciechi per imposizione del Maggiore Carità capo delle SS italiane, l’Unione fu guidata da un triumvirato composto da Paolo Bentivoglio, Gian Emilio Canesi e Teubaldo Daffra. Il ruolo di conduzione e di responsabilità dell’organizzazione, di fatto, fu assunto da Paolo Bentivoglio. Erano anni difficili e drammatici per l’Italia che in un attimo passò dalla sfiducia a Mussolini, all’armistizio di Badoglio, all’occupazione dei tedeschi. I ciechi italiani dovettero fare i conti con quei cambiamenti drammatici provando a difendere in primo luogo le fabbriche e a fare in modo che l’Unione Italiana Ciechi non venisse cancellata. Tra il 1943 e il 1945 molti ciechi decisero di arruolarsi nelle brigate partigiane, fra questi c’era, anche, Bentivoglio. Tutti immaginavano che i suoi spostamenti da Bologna, dove dirigeva con grande prestigio l’istituto per ciechi “F. Cavazza”, avessero per scopo il contatto con Aurelio Nicolodi, cosa vera per molti versi, ma molti di quei viaggi Bologna-Firenze gli servivano, anche, per le sue attività clandestine di partigiano.

Paolo Bentivoglio
Paolo Bentivoglio

Paolo Bentivoglio nacque a Modena il 26 giugno 1894 e studiò presso l’istituto dei ciechi di Milano. A 16 anni si iscrisse al Partito Socialista Italiano: un anno dopo era già delegato della sua città al Congresso Nazionale del partito e, successivamente, fu eletto al Consiglio Comunale e poi al Consiglio Provinciale di Modena. Nel 1926 i fascisti gli bruciarono lo studio. Fu segretario della Camera del Lavoro di Modena fino alla sua chiusura per intervento fascista. Nel 1931 fu Direttore dell’Istituto “Francesco Cavazza” di Bologna. Nella sua casa bolognese si riunì il C.N.L. dell’Emilia Romagna, mentre nell’istituto vennero protetti partigiani e perseguitati politici. Partigiano combattente, ottenne la Croce al Merito di guerra; inoltre ebbe il riconoscimento della Medaglia d’argento al valore civile per aver portato in salvo, nel gennaio 1945, un gruppo di donne cieche. Questo, però, non era bastato per fermare gli attacchi interni ed esterni che avevano puntato a non far celebrare il Congresso che si svolse il 13 e 14 novembre del 1945 a Roma. In particolar modo i socialisti e i comunisti fiorentini, compresi quelli che militavano nel sindacato, per provare in ogni modo a bloccare tutto si erano alleati con una parte di ciechi che erano all’interno delle fabbriche, complice la crisi del momento, riuscirono ad infiammare quelle anime il cui unico scopo era quello di poter ottenere una pensione.

Si mobilitò anche il Ministro dell’Interno dell’epoca e quando si seppe che il successore di Nicolodi sarebbe stato Paolo Bentivoglio, da Firenze partì il commissario dell’Ente Lavoro per i Ciechi, il socialista ing. Inburnona, che invitò a cena i delegati della Toscana per tentare di rompere il fronte unitario che, invece, si andava delineando dai lavori congressuali. Ma neanche questo servì perché Paolo Bentivoglio veniva eletto secondo presidente dell’UIC. Quel Congresso riconfermò la gratitudine per Nicolodi, che aveva contribuito al risveglio sociale dei ciechi, ritrovò compattezza ed unità affidando la guida del sodalizio a una voce nuova che si apprestava a chiamare a raccolta tutte le energie per la difficile ripresa. Ecco come amava descrivere Giuseppe Fucà la passione politica di Paolo Bentivoglio: “Bentivoglio aveva il socialismo nel sangue, ce ne parlava con trasporto. Amava la lotta, non curava il rischio, era un formidabile oratore, uno scrittore eccezionale, un uomo che nella polemica smarriva quell’educazione, quella signorilità, quel tratto elegante di galantuomo di fine Ottocento che lo facevano sentire a suo agio in ogni salotto della borghesia, senza perdere mai i suoi connotati di progressista”.

La presidenza Bentivoglio si trovò subito a dover affrontare la crisi del lavoro, a poco a poco si andava sgretolando tutto quello che era stato costruito negli anni con le fabbriche di Firenze, e a questo si dovette aggiungere la grande avversione delle forze politiche dell’epoca perché molti degli esponenti politici, in particolare quelli fiorentini, accusavano l’UIC di collusione con il fascismo. A rendere più complicata la situazione ci pensò il governo con l’abrogazione della “Deca” che avvenne col Regio Decreto Legislativo 30 maggio 1946 n. 538. La Deca era stata ottenuta nel 1943 e prevedeva che una piccola percentuale dell’incasso degli spettacoli andasse all’UIC per creare un fondo autonomo che sarebbe stato utilizzato per erogare le pensioni ai ciechi. Le vicende belliche, di fatto, non avevano mai fatto attuare quella legge. Una doccia fredda per il nuovo Presidente Paolo Bentivoglio per l’inizio duro e faticoso del suo mandato. Ma questo non bloccò l’azione dell’UIC che qualche mese dopo riuscì a recuperare ruolo ed autorevolezza.

Nella giunta esecutiva fu eletto, in quel Congresso romano, Carlo Bussola presidente della sezione napoletana, che tra l’altro era stato compagno di studi dell’allora Capo Provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola. Grazie a quella sua amicizia, lui, Paolo Bentivoglio, da poco eletto presidente dell’UIC, e Aurelio Nicolodi, furono ricevuti dal Presidente De Nicola che affermò: “Bene Carlo, oggi i ciechi aprono una nuova strada alla solidarietà sociale mediante una norma di diritto”. Da quell’incontro nacque il diritto dell’Unione Italiana dei Ciechi di rappresentare gli interessi morali e materiali dei non vedenti italiani. Una delle cose che colpisce di più nelle parole del presidente De Nicola è quella di aver parlato di solidarietà sociale e non di assistenzialismo. Il Presidente De Nicola non mancò di parola e fece diventare legge lo strumento che aveva immaginato di dare all’UIC affinché potesse operare ed essere riconosciuta da tutte le istituzioni; era il 26 settembre del 1947 quando arriva il Decreto Legislativo del Capo Provvisorio dello Stato numerato con il 1047, pubblicato sulla G.U. 234 del 11/10/1947.

Ma Bentivoglio sapeva bene che quello era solo un primo passo e che era giunto il momento di ritornare all’attacco per fare in modo che fosse riconosciuta una pensione ai ciechi civili e che l’Ente per il Lavoro potesse essere finanziato per permettere alle fabbriche di non chiudere. I ciechi fiorentini, guidati da uomini di spessore come Giuseppe Fucà, iniziarono a presidiare tutti i comizi elettorali per consegnare un documento con le richieste della categoria elaborato dalla Presidenza nazionale. Il gruppetto di valorosi, così come poi racconterà lo stesso Fucà, non mancò a nessun appuntamento ed in molte circostanze fu invitato dagli stessi oratori a rimanere sul palco, riportando così l’attenzione del paese sulle problematiche dei ciechi. La sconfitta bellica, però, faceva sentire forte il suo peso su un paese avvilito e povero, la giovane repubblica tentennò non poco quando l’America e la Russia iniziarono a creare le proprie zone d’influenza, in Italia questo segnò la fine del governo d’unità nazionale che da lì a poco, con le elezioni del 1948, portò la DC ad essere primo partito ed il paese entrare nella sfera d’influenza statunitense. I dirigenti dell’UIC si trovarono pronti a quei cambiamenti tanto da riuscire dopo due anni a portare a casa un’importantissima vittoria.

Il lavoro deve essere pane, ma anche dignità e fierezza.

Paolo Bentivoglio

Era il 28 luglio del 1950 quando fu approvata la legge n. 626 che assegnava all’Unione Italiana dei Ciechi un contributo ordinario di lire 480 milioni annui, da destinarsi all’assistenza continuativa dei ciechi in condizione di maggior bisogno. Con la stessa Legge il contributo di funzionamento in favore del Sodalizio passava da 15 a 20 milioni annui. Era la prima vittoria di una serie di lotte dure che ci vedranno lungamente impegnati. Anche se per precisione dobbiamo ricordare come il lavorio intenso di Bentivoglio aveva già ottenuto un altro passo importante con la legge 376, del 15 giugno dello stesso anno, che istituì negli organici degli ospedali e degli istituti fisioterapici un posto di massaggiatore, da conferirsi agli abilitati da scuole autorizzate di massaggio, con preferenza ai ciechi. Un grande successo per quei tempi, soprattutto tenendo conto degli ostacoli e delle resistenze che questo primo risultato aveva dovuto superare prima di poter divenire realtà operativa.

I difficili anni Cinquanta, dalla “Marcia del dolore” alle conquiste sociali

Con le sinistre fuori dal Governo nei Ministeri si parlava una sola lingua, quella democristiana. L’Unione e i ciechi, spesso, erano considerati dei disturbatori della quiete pubblica e, inoltre, “quel Bentivoglio socialcomunista”, non era ben accolto negli ambienti scudo crociati. La forte crisi economica del dopoguerra si faceva sentire, l’Italia era distrutta da maceria e povertà, le attività e gli enti dell’Unione non erano esenti da queste difficoltà e Firenze, fra tentativi di dividere l’Unione, divenne ancora una volta il centro di un movimento che puntava dritto ad ottenere il vitalizio per i ciechi civili. Il Presidente Bentivoglio non ebbe vita facile a districarsi in quel periodo perché, pur riconoscendo la legittimità di quelle richieste, in quel periodo era forte nella compagine governativa di commissariare l’Unione e placare quella voce che non dava tregua alla politica. La morte di Nicolodi, in quell’autunno del 1950, non aiutava Bentivoglio che si sentiva imbrigliato fra la burocrazia dei palazzi romani della politica e la lentezza d’azione degli uffici della sede centrale. Bentivoglio, in qualche incontro riservato con i giovani dirigenti dell’Unione, aveva suggerito a tutti di iniziare ad iscriversi nei piccoli partiti laici, unici interlocutori della DC in quel momento, affinché come ambasciatori dell’UIC potessero far veicolare le richieste dell’associazione.

Istituto dei Ciechi F. Cavazza di Bologna
Istituto dei Ciechi F. Cavazza di Bologna

L’azione di Bentivoglio era costante e continua sia all’interno che all’esterno dall’associazione. Ogni settimana da Bologna si recava a Roma ed era sempre in giro fra Ministeri per far sentire la sua presenza, pungolava e sensibilizzava l’opinione pubblica attraverso scritti di alto profilo culturale e emozionale e attraverso la stampa associativa faceva arrivare la sua voce fra i soci. I temi di quegli anni erano il lavoro e l’assistenza, che in quella crisi sociale ed economica del paese erano divenuti un cappio che si stringeva sui sogni e su quella rivoluzione sociale che 30 anni prima aveva fatto nascere l’UIC. Queste battaglie alla fine del 1951 portarono all’approvazione della legge 1371 che disponeva l’aumento da 480 milioni a 960 milioni del contributo annuo per l’assistenza continuativa a favore dei ciechi civili in condizioni di maggior bisogno. Nel 1952 si svolsero le amministrative e il Comune di Bologna divenne terreno di scontro fortissimo fra la DC e le sinistre che governavano. Per vincere questa sfida la DC aveva candidato a capolista il Professor Dossetti e si era alleata con le forze laiche, abbastanza sicura di conseguire l’obiettivo che si era prefissa. Senonché l’operazione fallì per pochi voti e fu Bentivoglio ad essere eletto consigliere al Comune.

Questa affermazione personale del Presidente UIC suscitò disappunto, mente di quel piano era un sottosegretario scudo crociato agli Interni, e per la categoria il clima si fece più pesante. Nel 1953 esasperati dalla mancanza di risposte da parte del Ministro del Tesoro Fella, a cui il presidente Bentivoglio aveva regalato un orologio ad uso dei ciechi, un gruppo di non vedenti da tutta Italia calò su Roma e mentre le porte del Ministero del Tesoro venivano sbarrate, tutti iniziarono ad urlare “Aprite il portone vogliamo la pensione”. Quella giornata di protesta si concretizzò con la Legge 4 novembre 1953 n. 839, che portò il fondo per l’assistenza da 960 milioni a un miliardo e 440 milioni. Molti furono i contatti con la politica per allentare quella forte pressione mentre la delicata questione della pensione non faceva progressi sino a quando nella primavera del 1954 rotto ogni indugio il presidente Bentivoglio parte con una massiccia campagna di informazione e manifestazioni che vedono coinvolte le sezioni UIC di tutt’Italia. In tutte le città si svolsero manifestazioni a cui parteciparono uomini politici dei diversi partiti.

I Consigli comunali e provinciali approvarono ordini del giorno che presero la via di Roma. Pur essendo giacenti in Parlamento numerose proposte di legge per arrivare ad una pensione dignitosa, dal Ministero del Tesoro, però, non giungeva la copertura economica necessaria per cui tutto era fermo. In quel periodo presidente del Consiglio era Mario Sceiba e una sua fedelissima si occupava di problemi assistenziali, la deputata veneta on. Dal Canton, che provava ad ostacolare in ogni modo i tentativi dell’UIC e di tantissimi parlamentari, anche democristiani, di arrivare alla concessione giuridica della pensione. In un incontro fra il presidente Bentivoglio, l’on. Bianca Bianchi, del partito socialdemocratico, con l’on. Gava Ministro del Tesoro, queste furono le parole lapidarie dell’esponente di governo “Non ci sono soldi, inoltre lo Stato non può accettare una visione che stravolge il concetto assistenziale vigente”. A quel punto Bentivoglio comprese bene che bisognava rompere gli indugi e ritornando da Roma ebbe un lungo colloquio con Fucà per elaborare una nuova strategia che mettesse in condizione l’UIC di potersi porre a capo nella parte finale di una qualsiasi azione che ora doveva arrivare ai palazzi della politica romana cercando di evitare colpi di testa da parte del Ministero degli Interni nei confronti dell’UIC, il timore era quello di un commissariamento dell’associazione.

La Marcia del dolore - 1954
La Marcia del dolore – 1954

Ecco come Fucà racconta quei momenti successivi all’incontro con Bentivoglio dove si era deciso di scuotere con un’azione eclatante l’intera opinione pubblica: “Rifacendoci ad una marcia di Londra dei ciechi inglesi, progettammo la “Marcia del dolore” sulla capitale. Baragli doveva guidare le truppe e tenere i collegamenti con l’Unione, Borrani doveva trovare soldi ed io dovevo fare la spola fra i rivoltosi in marcia e Bentivoglio”. La partenza da Firenze è accompagnata dagli inviti a rinunciare in particolare l’allora sindaco del capoluogo toscano, Giorgio La Pira, promise ai dirigenti locali UIC che si sarebbe scatenato lui stesso per ottenere la discussione e l’approvazione di quella legge che i ciechi attendevano da tanto. La marcia non si fermò e quel cammino, che diventò irto di difficoltà ma anche di grande calore, iniziò ad incamminarsi senza esitazione verso Roma. Che bella Piazza Bru-nelleschi a Firenze, in quella mattina del 10 maggio del 1954, la passione, il fervore erano fortissimi.

Tutto è pronto e così parte la “Marcia del Dolore”. I responsabili del gruppo dei marciatori erano stati avvisati che ci sarebbero stati tentativi per invitarli a desistere e tutti sapevano anche che, per influenzare i lavori parlamentari, bisognava richiamare l’attenzione popolare e di tutti i partiti intorno alla problematica della categoria. La strategia del presidente nazionale era chiara, mentre un gruppo continuava a marciare, Fucà ed altri dirigenti continuavano a tessere quei rapporti con tutte le forze politiche presenti in Parlamento per creare un consenso il più ampio possibile. Tutte le sezioni d’Italia dell’UIC, invece, erano impegnate a promuovere conferenze stampa e far inviare piogge di telegrammi dagli Enti Locali sul Governo e sul Parlamento. Con l’avanzare della marcia aumentava il consenso della popolazione, anche la stampa iniziò a dare sempre maggiore spazio a quella protesta che marciava spedita alla volta di Roma.

Siamo al 18 maggio e quella mattina a Ponte Milvio si riuniscono in un solo gruppo, fra un abbraccio e tanta emozione, il gruppo dei marciatori con le delegazioni dei ciechi provenienti da tutt’Italia. A quel punto il presidente Bentivoglio prende la testa del gruppo e si punta dritti a piazza Montecitorio. Una delegazione fu ricevuta dal presidente della Camera, on. Giovanni Gronchi, il quale comunicò che nella stessa giornata la commissione finanze e tesoro della Camera dei Deputati, avrebbe esaminato il progetto di legge per la pensione ai ciechi civili. Furono giorni difficilissimi perché il Governo provò a resistere in ogni modo a quello stravolgimento epocale che toglieva potere per far posto al diritto azionabile che passò grazie all’emendamento dell’on. Pieraccini dove si riconosceva il vitalizio per i ciechi civili. Ci piace qui ricordare l’urlo dell’on. Di Vittorio alla comunicazione dell’esito del voto che aveva visto il governo battuto dall’emendamento di Pieraccini: “I ciechi civili cominciano a vedere, mentre quelli politici ancora no”.

Dovettero trascorrere circa tre mesi perché, finalmente, l’assegno a vita ai ciechi italiani trovasse piena legittimità con l’approvazione della legge 9 agosto 1954 n. 632. Ma il Governo si rifece facendo nascere l’Opera Nazionale dei Ciechi Civili e il regolamento di funzionamento nel quale si leggeva chiaramente il tentativo di rompere il vincolo unitario fra i non vedenti e l’UIC. Si passò, dunque, dalla gioia all’amarezza per Paolo Bentivoglio. Superato quel momento di sconforto il presidente nazionale dovette trovare la soluzione alla richiesta pressante dei giovani, che uscivano dall’istituto, che chiedevano di poter essere inseriti nel mondo del lavoro. Il presidente Bentivoglio ebbe l’idea di coinvolgere un ingegnere tedesco, con il quale girò molte piazze italiane, proiettando un film nel quale si vedevano i ciechi tedeschi che lavoravano al centralino. Il grande lavoro del presidente nazionale convinse Vigorelli, Ministro del Lavoro dell’epoca, a far gestire all’UIC dei corsi di qualifica professionale per centralinisti.

Era il 1957 quando fu approvata la legge 594 che indicava l’obbligo, alle amministrazioni pubbliche e all’impresa privata, di assunzione dei centralinisti non vedenti. Nel 1961, invece, con la legge 570 arriva l’assunzione obbligatoria per i massofisioterapisti ciechi. Il presidente Bentivoglio, ebbe un primo infarto che non fermò per nulla la sua attività e i suoi scontri con i vari Ministeri per far prevalere le idee dell’associazione che servì sino all’ultimo giorno. Il secondo infarto, infatti, lo colpì di ritorno da Firenze dopo l’ennesima battaglia con il Ministero della Pubblica Istruzione. Il 22 dicembre del 1965 si spegne Paolo Bentivoglio. I funerali a Roma e la sepoltura al cimitero di Borgo Panicale a Bologna, una partecipazione straordinaria di ciechi, di cittadini comuni, uomini di cultura e politica volle dare il suo ultimo saluto al secondo presidente nazionale dell’Unione Italiana Ciechi.

Il 28 dicembre il consiglio comunale di Bologna, che lo aveva visto protagonista di tante battaglie, lo volle commemorare. Ecco un stralcio delle parole del sindaco di allora, Giuseppe Dozza: “Presidente nazionale dell’Unione Italiana Ciechi, aveva dedicato interamente la sua vita e la sua opera alle molte migliaia di uomini e donne che non posseggono il bene della vista. E molto egli fece per alleviare i dolori e per migliorare le condizioni di vita di tante sfortunate persone, ottenendo opportuni e tangibili provvedimenti in loro favore. Sincero democratico, com
battente antifascista, fu tra le schiere di coloro che si opposero, a rischio della vita, alla prepotenza del nazifascismo. Lo ricordiamo seduto in quest’aula, consigliere comunale del Partito socialista italiano, dove dedicò parte della sua fatica per la ricostruzione e la ripresa della nostra città”.
Erano trascorsi pochissimi giorni dalla morte di Paolo Bentivoglio e il Consiglio nazionale UIC sarebbe stato chiamato ad eleggere il suo successore in una riunione convocata per il 29 dicembre di quello stesso anno. Giuseppe Fucà, successore designato dallo stesso Bentivoglio, dovette mettersi a lavoro per evitare che i nemici dell’UIC potessero prendere in mano le sorti dell’associazione e distruggere i sogni e le conquiste di 45 anni di battaglia.

La Presidenza Fucà

Abbiamo deciso di continuare a parlare della storia dell’UICI, con il racconto del presidente Fucà della sua elezione.
“Non fu tutto semplice. La sera prima delle votazioni ero a casa di Bigini dove giunse una telefonata che mi tenne all’apparecchio trenta minuti. Piero seguiva la conversazione e dalle mie parole capiva il nome e il tono del discorso dell’interlocutore. Passeggiava nervoso accendendo una sigaretta dopo l’altra. “Sai Giuseppe, ho cambiato idea, domani io scenderò in lizza per la Presidenza perché questo è il desiderio del Ministro degli Interni e delle diverse istituzioni dei ciechi. Ti prenderei volentieri come Vicepresidente, ma devo accettare alcune pressioni che mi indicano Vincenzo Caracciolo, ma credimi che tu mi sei più simpatico”. Quella voce telefonica, corrispondente ad un uomo che avevo giudicato leale e serio, non riuscì neanche a innervosirmi. Gli risposi che i ciechi italiani neanche sotto il fascismo avevano avuto un Presidente indicato dal Ministero degli Interni o dalla Federazione delle Istituzioni pro Ciechi, o da altri ambienti. “Se domani mi batterai al Consiglio Nazionale, fra un anno ci sarà il Congresso che farà pulizia”.

Giuseppe Fucà
Giuseppe Fucà, terzo Presidente nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi

Dissi queste parole e chiusi la conversazione per andare a dormire. Piero era furibondo, lo calmai e andammo a riposare in una cameretta a due letti. Conversammo ancora per qualche minuto e poi mi prese il sonno. La mattina Piero mi disse che avevo la stoffa del Presidente. “Dopo quel po’ po’ di telefonata, ti sei buttato a letto e hai preso a dormire come se nulla fosse, io ho continuato a fumare e passeggiare e non ho chiuso occhio”. Queste parole di Bigini mi fecero fare una bella risata.

Alla sede di Via Quattro Fontane quel mattino si avvertivano chiaramente animazione e commozione. Il Vicepresidente riferì che Paolo Bentivoglio più volte aveva espresso il parere che Giuseppe Fucà possedeva le doti per assumere la Presidenza Nazionale dell’Unione. Nicola Castellucci confermava il pensiero di Bentivoglio e aggiungeva che anche i soci della sua città, in occasione di un’assemblea da me presieduta, avevano pronosticato: “Fucà sarà il futuro Presidente”. Nicola parlava a nome di Napoli e della Campania.
Dopo molti interventi si votò ed io fui eletto Presidente. Mi trovai fra le braccia di tanti, in una commozione indicibile. Ricordo l’affetto dell’avv. Michele Coppola, legale dell’Associazione, dell’avv. Ferruccio Miniucchi Presidente dell’Umbria e della sua brava e cara segretaria Lubiana. Ferruccio mi disse: “Vai Beppe, l’Unione è salva!”.

L’ultimo abbraccio fu quello di Milena, la mia sposa, che gioiva per l’onore che ricevevo, ma tremava e piangeva per il mio futuro. Più di ogni altra persona Milena sapeva che la causa della cecità mi bruciava dentro e che per quella causa avrei dato tutto me stesso. Rientrai a Firenze e alla stazione mi attendevano i miei compagni di fabbrica che volevano salutare e festeggiare il Presidente operaio. Borrani era commosso, il suo abituale velo di pessimismo gli faceva dire soddisfatto: “Sì, è andata bene; doveva andare così”. Baragli era esultante: “Dobbiamo stare insieme l’ultimo dell’anno, voglio bere alla salute del mio Presidente e se sarò alto di canna, pace”.

Giuseppe Fucà nacque il 31 ottobre del 1922 a Scilla, cieco dalla nascita, visse i suoi primi anni d’infanzia nel paese natio fino a quando non si trasferì presso l’Istituto per ciechi “Principe di Napoli”.
Il presidente Fucà è cresciuto in quel periodo di fervore associativo che faceva il pari con un mondo che poco alla volta si avviava verso la pazzia del secondo conflitto mondiale. Nonostante le sue umilissime origini, Fucà da subito si è dato da fare affinché la sua cecità non fosse da ostacolo per la sua crescita futura. Combattente di natura dopo aver trascorso il suo primo periodo formativo nel napoletano, riuscì a farsi trasferire a Firenze, dove ha forgiato il suo spirito e la sua mente “unionista”. Ma procediamo con ordine.

Il suo avvio in collegio segna per Fucà quello che lui definiva “l’inizio di una milizia” perché l’apprendimento del Braille, prima, e la lettura di Gennariello iniziarono a formare quella coscienza “unionista” che l’avrebbe condotto a divenire il pupillo e successore di Nicolodi e Bentivoglio. Ecco cosa diceva di quelle letture giovanili: “Quel giornale ci faceva crescere mese per mese, e solo dopo diversi anni ho potuto ricostruire il bene che mi aveva procurato quella assidua lettura, quel vivere aggiornato sul mondo che cambiava, quel sentirmi beneficato e sorretto da una struttura che voleva formarmi e lanciarmi nella vita più preparato e più convinto dei miei doveri e dei miei diritti”.

La guerra, l’occupazione nazista lo vedevano sempre più impegnato, in quel di Firenze, a difendere con gli altri operai le fabbriche, volute da Nicolodi, e sostenere l’indipendenza dell’Unione nonostante il suo fondatore fosse stato costretto a dimettersi e l’associazione affidata a un triunvirato guidato da Bentivoglio. Un dopo guerra amaro per i ciechi che oltre alla tragedia interna iniziarono a vivere i primi conflitti interni e le prime battaglie forti per evitare che la politica si potesse impadronire dell’associazione. La grande crisi e il movimento pro pensione non davano tregua e Fucà, credente unionista, concordata la strategia con il presidente Bentivoglio, si pose a capo di quei combattenti prima di cedere, nel 1954, il comando delle operazioni della marcia del dolore al presidente Uic che aiutò per compiere l’atto finale che portò al riconoscimento della pensione.

Per Fucà il dicembre del 1965 rappresentò un momento di grande dolore perché il 22 dicembre moriva Bentivoglio e questa scomparsa, ancora una volta, metteva in serio pericolo l’autonomia dell’associazione, per cui la sua ascesa alla Presidenza nazionale era inevitabile e i colloqui febbrili di quelle ore lo testimoniarono. Fucà fece capire subito che il passato era un patrimonio prezioso da custodire per le sfide del futuro e con lo slogan “Rispetto e gratitudine per il passato, sfida all’avvenire” si presentò al Congresso nel 1966.

I grandi problemi dei rapporti con la politica dovevano essere superati per evitare che questa
contrapposizione danneggiasse ulteriormente l’associazione e la categoria. Fucà immagina che il centro sinistra doveva costituire per i ciechi una svolta storica nei fatti e non nelle parole. L’Unione doveva conquistare l’attenzione di Aldo Moro, di Pietro Nenni, di Flaminio Piccoli, di Giulio Andreotti. Lo scopo era quello di ottenere una più ampia possibilità di occupazione dei laureati, alla conquista di strumenti legislativi che procurassero più numerosi posti negli ospedali per i fisioterapisti, più posti ai centralini per la valanga dei disoccupati in attesa. Sul fronte delle pensioni, bisognava conquistare i miliardi necessari per pagare gli arretrati di aumenti stabiliti da una legge del 1962 – ben 14 miliardi.

Per questa battaglia occorreva sia tessere opportune alleanze politiche, sia, utilizzando molta diplomazia, creando relazioni interpersonali con i burocrati disseminati nei punti chiave. Fucà, però, i nemici li aveva in casa, visto che chi opponeva le maggiori resistenze erano proprio i dirigenti dell’opera nazionale dei ciechi civili che in ogni modo cercava di contrastare le richieste che l’UIC avanzava sul fronte politico tanto da creare una frattura pericolosa con l’allora ministro del Tesoro, Emilio Colombo, che i buoni uffici di Pieraccini riuscirono poi a dirimere e a far stanziare in bilancio quegli aumenti previsti dalla legge del ’62 e nel ’68 si iscrivono i primi stanziamenti per l’indennità di accompagnamento. Ma Fucà indomito combattente comprende che la battaglia ora da vincere era quella dello scioglimento dell’opera nazionale per cui, con i due componenti in consiglio che rappresentavano l’Unione, decise che era il momento di dimettersi.

Questo gesto riuscì a bloccare un regolamento sulle pensioni che voleva ridurre drasticamente il numero degli aventi diritto alla pensione e al contempo quella battaglia rafforzava l’associazione che vedeva, di nomina ministeriale, l’arrivo in consiglio dell’opera nazionale dell’avv. Fulvio Nicolodi. Quei rapporti politici, tessuti con grande pazienza, iniziarono a produrre i primi frutti e di lì a poco, grazie al sottosegretario, Giovanni Elkan, arriva il diritto per gli insegnanti ciechi di poter svolgere la professione anche nelle scuole medie per vedenti. Il suggello grande di quell’opera paziente di Fucà si ebbe il 20 ottobre del 1967 quando in occasione del Consiglio nazionale, si inaugurò la sede di via Borgognona (che è ancora la sede nazionale dell’associazione), quasi a conclusione di quei lavori giunse il presidente del Consiglio Aldo Moro. Un discorso accorato e poi si intrattenne con la dirigenza tutta e prima di congedarsi chiese al presidente Fucà se vi fosse un problema particolare che volesse segnalare.

La risposta di Fucà fu: “Oggi è festa, Presidente, i problemi ci sono, ma avremo tempo per vederli. Presidente, se lo ritiene importante e possibile, esprimo un desiderio: sappiano i ministri della D.C. che Fucà da quando è Presidente dell’Unione Italiana dei Ciechi non è più socialista, è solo il Presidente di tutti i ciechi italiani. Vorrei lo sapesse specialmente il Ministro Colombo”. Moro sorrise e lo spronò a continuare il lavoro senza preoccupazioni. A quel punto si doveva arrivare ad uno
smantellamento dell’O.N.C.C. se si voleva migliorare il quadro di assistenza in favore dei ciechi. Molto preziosa e importante fu l’azione di Flaminio Piccoli con il quale si concordò un disegno di legge che dovesse decentrare le competenze per l’erogazione delle pensioni per i ciechi che dovevano passare ai comuni. La tensione era alta e il Presidente nazionale dell’UIC sapeva che una parte politica e i dirigenti della struttura si sarebbero fortemente opposti a quel disegno, ma anche se lentamente l’iter inizia. Fu don Fosco Ferrini, che si occupava di assistere i pluriminorati, a sbloccare la situazione accompagnando il presidente UIC da Giulio Andreotti. Ecco le parole con cui Fucà racconta quel momento: “Don Fosco ci accompagnò ed ebbe parole toccanti per la nostra fatica. Fu duro e severo per il comportamento delle strutture dell’O.N.C.C.: “Presidente Andreotti, l’O.N.C.C. è odiata nelle case dei ciechi e Lei non avrà mai il benestare da un ente per far presentare una legge destinata ad affossarne indirizzi e metodi”. Così disse don Fosco e il colloquio prese un avvio ricco di prospettive. “Presidente Fucà, è contento se firmo anch’io la legge per le vostre pensioni?” concluse Andreotti. Io e Piero eravamo felici, don Fosco, esultante, rispose per noi: “Certo che il Presidente Fucà e tutti i ciechi italiani sono contenti di avere la sua firma al progetto!”. L’on Andreotti chiamò Flaminio Piccoli e gli comunicò di voler firmare quella proposta di legge ed ebbe come primo firmatario lo stesso Andreotti, era il 3 febbraio del 1969. In quello stesso anno con una sapiente opera di mediazione e rapporti costruiti nel tempo, grazie ad una nuova crisi provocata con le dimissioni di ben 5 componenti del consiglio d’amministrazione dell’pera nazionale, riuscì ad avere da parte del governo la nomina del commissario che portò allo scioglimento di quell’ente che sin dalla nascita aveva contrastato i ciechi e la loro associazione. Ecco il titolo del Corriere di quel maggio del 1970 “Sì del Parlamento alla legge sociale più avanzata del nostro Paese. La sofferenza ha vinto la sua lotta”. La legge fu approvata alla Camera il 6 maggio con tutti gli emendamenti preparati dall’Unione, primo tra tutti quello che prevedeva lo scioglimento dell’Opera Nazionale Ciechi Civili. Quella legge nata con l’aiuto di Piccoli trovò tanti sostenitori in quella battaglia lunga e difficile per il trionfo dei ciechi italiani rappresentati in maniera formidabile da Giuseppe Fucà. Dal 26 al 29 ottobre del 1970, a Roma, si svolse il XII Congresso Nazionale dell’Associazione, Congresso che celebrava – nel contempo – il cinquantenario dell’U.I.C.

Questa grande, indimenticabile, manifestazione concludeva un anno di iniziative propagandistiche organizzate in tutte le città d’Italia. Il Comitato d’onore delle celebrazioni di questa importante ricorrenza si apriva col nome del Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, e comprendeva il Presidente del Consiglio dei Ministri, Emilio Colombo, nonché i Ministri Moro, Piccoli, Mariotti e molti altri. Sandro Pertini e Amintore Fanfani aderirono in rappresentanza della Camera dei Deputati e del Senato e poi Pieraccini, Ingrao e tutti i Presidenti dei gruppi parlamentari. Ci fu, anche, l’adesione di Luciano Lama, Bruno Storti e Raffaele Vanni del mondo sindacale e quella di altre numerose personalità in rappresentanza dei settori più vari della società italiana. In quel Congresso, sul piano personale, Fucà raccoglieva il premio di tre particolari fatiche spese senza risparmio di energie: la fatica per la riforma pensionistica, il miglioramento delle prospettive occupazionali con leggi nei due settori dell’insegnamento, la telefonia e la fisioterapia, il grande sforzo organizzativo per dare nuova dignità e piena autonomia alle strutture periferiche. I laureati, diplomati e specializzati, ormai raggiungevano il loro posto di lavoro in breve tempo e la disoccupazione non era più, almeno per i ciechi, il secondo dramma dell’esistenza. Nell’ottobre del 1974 arriva il tredicesimo Congresso nazionale che si svolge sempre a Roma. Il contesto di crisi delle Istituzioni, dei partiti, del Paese aveva visto la dirigenza nazionale lavorare molto per affermare le ragioni dei ciechi, quel Congresso, però, celebrò tre giornate di studi e di deliberazioni orientate in direzione dei due settori più esposti di quei tempi: i fanciulli e gli anziani privi di vista. Un’altra grande conquista fu sottolineata dal Congresso: l’indennità di accompagnamento più che raddoppiata e concessa al solo titolo della minorazione, cioè sganciata da ogni reddito.

Per la prima volta in Italia un’invalidità civile veniva erogata a prescindere dal reddito personale o familiare. Dal 1974 al 1977 vi fu un grande scontro contro le associazioni rappresentative delle persone con disabilità accusate di non volersi trasformare in enti di diritto pubblico, qui era la parte sindacale a spingere forte su questa richiesta, e qualche giornalista accusa i vertici associativi di essere contrari al decentramento dimenticando che questo era stato anticipato dall’UIC fin dal lontano 1969. Quelle battaglie terminarono nel 1978 quando anche l’UIC venne riconosciuta come Ente Pubblico di diritto privato. Arriva un altro momento difficile per la storia dell’Unione, il Congresso del 1978. Alcuni uomini del Psi e della Dc provarono a fare pressione affinché l’associazione cambiasse anche lo statuto pur di orientarla politicamente. La risposta di Fucà fu secca e senza esitazioni, in quel quadriennio aveva già avuto modo di contrastarsi fortemente con Franco Evangelisti, questo volta si tratta di un dirigente socialista: “Da cinquantacinque anni i ciechi si fanno il loro statuto senza il sussidio delle intelligenze altrui; né Nenni, né De Martino, né Mancini, né Craxi, mi hanno mai chiesto come si autogovernano i ciechi italiani, essi hanno sempre saputo che c’è una organizzazione unitaria dei ciechi italiani e l’hanno sempre rispettata”.
Due temi dominarono quei lavori: “l’Unione al fianco di ogni cieco inserito nella scuola di tutti” e la pensionistica, con precedenza all’indennità di accompagnamento che doveva essere uguale a quella erogata a favore dei ciechi di guerra. Ecco alcuni passi di quella relazione congressuale che sembrano quasi rappresentare un passaggio di testimone e un richiamo all’impegno per i dirigenti presenti e futuri: “Finalmente siamo quello che volevamo essere: una libera Associazione, fatta di uomini liberi, capaci di donare il meglio di se stessi ai problemi degli altri. Abbiamo dovuto inventare e gestire servizi a cui nessuno aveva pensato, con fondi statali che non coprivano neanche il costo del personale e se migliaia e migliaia di ciechi italiani hanno ricevuto istruzione, specializzazione professionale, posto di lavoro, assistenza individuale, pensione statale, strumenti di autonomia, interventi sanitari, profilassi, assistenza prematrimoniale, casa, organizzazione del tempo libero e mille altri interventi individuali e collettivi, questo è stato possibile solo perché duemila lavoratori ciechi, conquistata la propria indipendenza economica, grazie alle leggi strappate dall’Unione Italiana dei Ciechi, hanno riversato nell’attivismo sezionale la propria gioia di vivere, di donare, di lottare per una causa che non era l’ansia di dignità e di pane di ciascuno di loro, bensì la speranza di vita dei propri fratelli rimasti isolati dall’altra parte del fiume e in attesa del miracolo. Avete ed abbiamo bussato a tutte le case dove c’era stato segnalato un cieco. Abbiamo incontrato uomini spenti nel dramma, fratelli bruciati interiormente dalla disperazione. Li abbiamo abbracciati e portati all’aperto, verso il calore delle lotte, l’ansia dell’attesa di una giornata più viva e più vera. A testa alta per il nuovo cammino. La società vi deve essere grata per quanto avete fatto fin qui”.

Queste sono le parole pronunciate dall’on. Fanti, Presidente della Commissione Interparlamentare per il decentramento regionale, nel pomeriggio del 25 maggio 1977, alla presenza dei Presidenti Nazionali delle Associazioni di categoria. L’on.le Fanti, ex-Presidente della Regione Emilia-Romagna, con queste parole ci ripagava di tante inutili polemiche e di tanti equivoci su presunte nostre resistenze contro il decentramento regionale. Conservazione e provocazione volevano cambiare i nostri connotati. Da una parte c’era chi voleva spingerci a fare il polverone contro la 382 e, dall’altra, c’era chi si adoperava per farci passare per incalliti sostenitori di uno stato giuridico della nostra Unione, stato che giovava solo al parassitismo di chi vive di assenteismo e di tracotanza. Con l’umiltà dei combattenti, possiamo affermare che ha vinto la verità e siamo pronti al nuovo cammino.
“Quando si lasciano professioni lucrose per servire l’Unione, quando il proprio tempo libero lo si vive in una Sezione e si rifiuta il secondo lavoro; quando si sacrifica la pace familiare per essere al fianco di un privo di vista che chiede solidarietà ed aiuto; quando si vivono a Roma o altrove giornate di vita associativa senza ricevere l’intero rimborso delle spese sostenute; quando non è la gloria o la carriera a muoverci verso gli altri, bensì l’educazione al sacrificio, il ricordo di sofferenze patite, l’ansia di trasformare un dramma umano in occasione di prova e di rivincita dello spirito; quando alla quiete individuale, si preferisce la lotta di una collettività di cui ci sentiamo parte più fortunata, è segno che la croce volontariamente abbracciata può andare ancora lontano, lungo tutte le vette del cammino che da oggi ci si schiude dinnanzi”.

Alla fine di quei lavori Giuseppe Fucà viene rieletto Presidente nazionale. Le lotte e le tante fatiche di quegli anni chiedono il conto nella notte fra il 5 e 6 dicembre del 1978. Fucà con un infarto in corso non ne volle sapere di andare in ospedale a Roma e andò nella sua Firenze dove, dopo tantissime ore di sofferenze, venne ricoverato nel reparto cardiologico dell’ospedale della città. Fu un periodo terribile per il Presidente nazionale UIC che dovette ricoverarsi molte volte per svariati problemi di salute. Ma l’animo battagliero che era in lui, non si arrendeva e sapeva che doveva iniziare la battaglia di equiparazione dell’indennità di accompagnamento dei ciechi civili ai ciechi di guerra.

Vi fu un incontro con il presidente Sandro Pertini al quale venne illustrata la problematica con grande franchezza. L’UIC appoggiava le sue ragioni partendo dal presupposto che la negligenza di chi continuava a trattare le minorazioni a seconda delle cause e non in rapporto all’incidenza che la minorazione fa pagare ai portatori dell’handicap. Le battaglie del 1976 e 77 bruciavano ancora e quel ritardo del legislatore, che aveva promesso che in 90 giorni avrebbe riscritto le regole, non era più accettabile. Tutti furono chiamati all’azione e l’UIC stessa riuscì a costruire anche le coperture finanziarie che potevano essere la giustificazione per molti politici pronti, però, a glorificarsi del lavoro altrui. La grande sensibilità del presidente Pertini fece il resto e quando la commissione Interni della Camera, riunita in sede legislativa, approvò la legge, si stabilì un principio giuridico importantissimo, che le indennità dei ciechi civili dovevano essere equiparate a quelle dei ciechi di guerra. Tre anni di dure lotte che portarono a benefici erogativi per tutti i minorati della vista italiani agli inizi degli anni 80. Il 29 marzo del 1980, nella sala consiliare del Comune di Scilla, il Sindaco prof. Giuseppe Vita consegnava a Giuseppe Fucà una medaglia d’oro, accompagnando il dono con parole toccanti. Scilla festeggiava uno dei tanti suoi figli che per le vie del mondo avevano fatto il proprio dovere onorando la propria terra. Una vita dedicata al credo dell’uguaglianza e del riscatto sociale dei ciechi, unionista convinto così come i
suoi predecessori è riuscito a difendere e salvaguardare l’autonomia dell’UIC memore delle tante battaglie vissute a fianco dei suoi illustri predecessori Aurelio Nicolodi e Paolo Bentivoglio.
Giuseppe Fucà lasciava la sua nobile esistenza il 18 settembre del 1981. Roberto Kervin vice presidente nazionale, che aveva guidato da solo l’UIC nei difficili momenti di vicissitudine di salute di Fucà, viene eletto quarto Presidente dell’associazione.

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